Braccia e gambe scomposte sul letto sfatto, l’aria fresca della notte ad
accarezzare appena il mio corpo nudo e umido di doccia.
I fruscii e i leggeri scricchiolii dei suoi passi sul parquet mi
giungono appena, scalfendo un modo di odori e sensazioni che cerco di rievocare
e fissare nella mia mente.
Sento il suo respiro caldo, e il tocco lieve delle dita che seguono il
profilo del mio fianco, dalla spalla alla coscia.
Ma la mia mente è sconnessa, e il mio corpo freme ancora di sensazioni
estranee a queste mura e a queste mani.
“Che bel culo che hai…”
Mi afferra un natica saggiandone la consistenza e scostandola poco per volta per osservare
meglio la mia figa scoperta ed esposta.
Io continuo a farmi cullare dai miei pensieri, lasciandomi trasportare
dalla dolce insensibilità del sonno incipiente.
Sento il suo naso sfiorarmi la pelle, e subito dopo il tocco umido
della lingua che percorre il solco tra le mie natiche.
Indugia sul mio ano, penetrandolo lentamente mentre con le mani
divarica per bene il culo.
Va avanti per un bel po’ leccando con calma intorno, e poi riprendendo
a penetrarmi e allargarmi il buco con il solo uso della lingua.
La mia figa si bagna, lo percepisco come un’eco lontana. Una sensazione
di calore che si diffonde dal perineo all'addome, facendomi contrarre
ritmicamente e involontariamente i muscoli.
Ma la cosa mi procura anche un certo moto di fastidio, in quanto mi
distoglie dai miei pensieri.
Mi sfioro un capezzolo, pizzicandolo appena tra due dita per sentirlo
inturgidirsi poco a poco. Il gesto mi riporta a poche ore fa, quando nel fresco
del sottobosco potevo sentire il cazzo di Alessandro finalmente riempirmi la
bocca, fino quasi a soffocarmi.
Mentre lo afferravo dalla base per spingermelo bene in bocca, lui soppesava
e palpava i miei seni gonfi martoriandomi i capezzoli… riesco quasi a sentirlo
come se accadesse ora.
Era la nostra ultima occasione, probabilmente a settembre non mi
rinnoveranno il contratto, e quando ho accettato di uscire a pranzo con lui
sapevamo entrambi che dovevamo approfittarne.
Non ci siamo neanche arrivati al solito bar, mi sono ritrovata la sua
lingua in bocca già nel parcheggio della ditta, incuranti dei colleghi che ci
potevano vedere.
Non ho opposto resistenza, rilassandomi sul sedile comodo della sua
macchina con le braccia abbandonate sui fianchi e le cosce dischiuse per dare
sollievo alle pulsazioni della mia figa fradicia e gonfia di voglia repressa.
“Portami da qualche parte, voglio scopare”
Non se l’è fatto ripetere, e in un silenzio carico di attese si è
diretto verso la collina, oltre il castello.
Deve essere pratico di scappatelle in questa zona, chissà quante
colleghe si è già scopato, infatti a colpo sicuro ha imboccato una stradina
sterrata e parcheggiato in un tranquillo spiazzo all'ombra dei castagni.
Ci siamo seduti sui sedili posteriori continuando ad intrecciare le
nostre lingue, ma volevo di più, volevo l’abbandono totale.
“Voglio stare nuda…”.
L’ho guardato con aria trasognata mentre mi spogliavo completamente,
inginocchiandomi poi sul sedile per potermi occupare meglio di lui.
Il suo sguardo è corso lungo la mia schiena inarcata, fino al mio culo
esposto verso il finestrino e completamente dilatato.
“...che bel culo che hai…”
Io armeggiavo con i suoi pantaloni, lui armeggiava con il mio culo
cercando di raggiungere l’apertura tra
le grandi labbra.
Mentre riuscivo a liberare il cazzo e mettermelo in bocca, lui trovava
la strada giusta, infilando il medio in un lago di umori.
“…che troia… che troia… guarda come spompini…”
Mi accompagnava con la mano posata sulla nuca, invitandomi a prenderlo
sempre di più. Ma mi mancava il fiato, e solo quel dito non mi bastava più.
“Spogliati anche tu.”
Era il primo uomo oltre mio marito con cui facevo sesso da anni, e la
sensazione di estraneità e di eccitazione mi stordiva.
Ha il corpo di un quarantacinquenne, massiccio ma non molto sportivo,
con folti peli sulle cosce e sul pube, ma accorciati sul petto ampio.
E’ molto diverso da quello a cui sono abituata, e la cosa mi è piaciuta.
“Adesso scopami.”
Mi sono adagiata contro la
portiera attirandolo a me. Mi baciava con foga, stringendomi i seni che
strabordavano dalle sue mani. Ondeggiava il bacino facendo scorrere la cappella
tra le mie gambe, forse con l’intenzione di penetrarmi senza l’aiuto delle
mani.
Io però non avevo pazienza, e con la mano ho indirizzato il cazzo
dentro di me, quasi a volermi scopare da sola. L’ho afferro saldamente dalla
base stringendo con forza, e assecondando i suoi movimenti che mi aprivano per
bene strappandomi gemiti di godimento.
“Che figa fantastica che hai… mi fai morire…”
Mi scopava bene, con forza. Il suo cazzo mi riempiva e mi provocava
scosse di puro piacere aprendosi la strada dentro di me.
Ho puntato un piede sul soffitto dell’auto per rispondere ai suo colpi
il meglio possibile, e non perdermi niente di quelle sensazioni.
“Ti piace scoparmi vero? Da quanto tempo volevi farlo?”
Lo stuzzicavo, lo incitavo, la sensazione di essere l’oggetto del suo
desiderio mi faceva impazzire.
“Voglio sborrarti dentro, fartelo sentire tutto…”
Ormai non capivo più niente,
sentivo solo i colpi che mi sconquassano e l’orgasmo che onda dopo onda
cominciava ad esplodermi da dentro.
Il suo cazzo è diventato talmente duro e gonfio che rischiava di
spaccarmi.
Gli ho urlato il godimento in bocca mentre lo sentivo pulsare e
schizzarmi dentro, per poi rimanere abbandonata sotto di lui mentre i nostri
respiri affannosi piano piano si placavano…
Un altro cazzo mi riporta alla realtà, mentre preme sulle mie cosce
provando a strappare un consenso per godere un po’ di me.
No. Stasera non sono tua, stasera non puoi godere di questo corpo.
Mi scosto e mi copro con il
lenzuolo mormorando vaghe e assonate parole di rifiuto.
Ti sento mentre ti volti, percepisco la tua rigidità e il tuo
disappunto. Ma non mi importa… anzi, la cosa mi eccita ancora di più, e quando
affondo due dita nella figa fradicia, riprendo a sentire suoni e odori di un
pomeriggio di sesso clandestino. >>
