Oggi mi sono riletto i post dell'ultimo anno. E' stato bello, è il motivo per cui mi piace avere questo blog. In realtà non è cambiato granché da gennaio ad adesso, specialmente per quanto riguarda i temi che affronto qui. In ogni caso, mi piacerebbe concludere l'anno così, nudo e ascoltando bella musica:
p.s.: questa canzona è stata la prima ascoltata nel 2015, a detta di Spotify. Niente di meglio che concludere con la stessa.
Un saluto a tutti quelli che mi amano, e un altro a tutti quelli che amo.
Che se poi le cose coincidono, l'intensità del saluto raddoppia ;)
In effetti la mia struttura base di uomo maturo, dinamico, eclettico, consapevole e a suo agio con il suo tempo e con la performàns (cit.), affonda le su basi negli anni ottanta... Sarà per questo che oggi mi sento un come questa canzone: morbido, sensuale, un po' retrò ma di grande attualità.
E’ stata solo uno studio di sociologia applicata, vorrei fosse chiaro.
Io infatti, ribadisco e sottolineo, non sono un maniaco.
Ripeto, non sono un maniaco, né depravato o erotomane o importunatore
seriale.
Che si sappia.
Fattostà che quella giovane donna di età indefinibile (diciamo dai 20
ai 35) spiccava nella ressa del grande magazzino, in quel regno della grande distribuzione orrbile e
aberrante, causa probabilmente del nostro stato di nazione repressa ad un passo
dalla bancarotta, e io non ne potevo essere immune.
Che io poi odio questi posti.
Odio la grande distribuzione, soprattutto quando di origine francese.
Perché la Francia è bella e ci sono anche imparentato, ma ha tanti di
quei lati tristi e deprimenti che ti vien voglia di scappare a gambe levate
certe volte. E il primo aspetto triste e negativo sono i grandi centri
commerciali di fine anni ottanta che scoprivo, in bilico tra meraviglie e
presagio apocalittico, quando ero bambino, e che adesso ci ritroviamo qui da
noi tali e quali.
Ma ogni tanto ci vengo in questi posti, e riesco pure a spendere un
sacco di soldi rammaricandomi di non essere passato dal mio solito negozietto
di paese, che tanto alla fine non è che si risparmi, e almeno faccio
felice la signora negoziante-consorte che mi sembra sia stupida come una capra,
però ha due polle d’acqua cristallina al posto degli occhi e un culo trionfale
d’arte marmorea neoclassica.
Tutta colpa del destino (sempre
lui) comunque, che mi ha fatto capitare da queste parti in attesa di altro
e quindi per non aver di meglio da fare tanto valeva spendere un po’ di tempo che tanto ero in zona e avevo bisogno di
alcune cosette che da tempo non riuscivo a trovare altrove.
E poi ci sarebbe tutto un discorso sulla popolazione suburbana che
affolla questi posti in periodi particolari come questo: alla soglia di saldi e
ferie, ma poi decado nel mio lato snob e radical chic che non voglio m’appartenga
e non ne usciamo più.
Insomma poteva essere un disastro di decadenza e folle consumismo
impersonale, se quella figura d’altri luoghi e altri tempi non avesse incrociato il mio sguardo mentre soppesavo
l’acquisto di un paio di boxer sportivi color arancio–soccorso (che se cado
giù per una scarpata mi basta togliere i pantaloni per essere ben visibile).
E’ alta e flessuosa, di quei visi senza tempo e senza epoca che potresti
trovare a fianco di un re Longobardo così come sotto la consolle del
resident-Dj più in voga a Milano Marittima.
La pelle chiara, gli occhioni
sgranati che si guardano in giro perplessi, i capelli color del miele di castagno lasciati
crescere a loro piacere e abbandonati sulle spalle, un vestitino di tela
marrone in tinta con i sandali a suola alta intrecciati sulla caviglia fine.
L’ammiro con il mio consueto distacco da persona seria, da distanza
notevole e all’ombra di decine di figure amene che scorrono tra i nostri
possibili futuri fantastici, eppure mi dà l’impressione di percepire il mio sguardo.
Mi sembra di scorgere una certa tensione nei muscoli del collo, come
volesse capire la fonte di una sensazione non ben definita, sfruttando al
massimo la visione laterale senza dover voltare palesemente la testa.
Ci muoviamo entrambi, lei forse con mete e metodi precisi, io a cazzo
solo per fare un giro largo e intercettarla nuovamente, riuscendoci abilmente di fronte al cestone dei
costumi da bagno in saldo, proprio mentre lei si piega leggermente in avanti
per scegliere alcuni modelli di slip dai colori vivaci.
Attenzione.
Solo slip.
Non un completo.
Solo slip.
Questo potrebbe lasciare aperti scenari affascinanti.
Il vestito che indossa non riesce
a nascondere la linea perfetta dei fianchi e la rotondità del piccolo
culo sodo, esaltato ancora di più dalla riga nera del tanga che indossa e che
spicca tra la trama traditrice della stoffa.
(da ripetere velocemente: tralatramatraditrice)
No, basta.
Mi impongo di non guardarla. Butto a casaccio calzini rinforzati alla
caviglia, magliette militari e canotte giallo fluorescente nella cesta della spesa, facendo
affidamento sulla mia condizione di uomo-italiano-medio e prendendo quindi tutte
taglie M senza pensare di provare qualcosa.
Mi soffermo su volti paffuti e lucidi di sudore, make-up dozzinali,
occhi cerchiati da eye-liner o qualche strana malattia tropicale. Ragazze con
clavicole sporgenti e altre che le clavicole non le troverebbero neanche dopo
tre mesi di digiuno e lavori forzati, e poi mi dirigo a testa bassa verso le
casse dove le code cominciano ad essere importanti in vista della chiusura.
E questa volta giuro che non sono io.
E’ lei che si mette in coda nella fila di fianco, poco più indietro.
Posso far altro se non ammirarla in tutta la sua semplicità?
Non credo abbia reggiseno, il poco seno può farne a meno.
La pelle ha una tonalità sana, un colore uniforme ed è praticamente
priva di imperfezioni.
Si sporge di lato per vedere il proseguo dei pagamenti, e la gamba d’appoggio
si tende di muscoli tonici e armoniosi.
Mi volto, fingo un interesse spropositato per le barrette dietetiche al
cioccolato (??? ) e alle altre cianfrusaglie negli espositori vicino le casse.
Però rialzo lo sguardo e incontro i suoi occhi.
Solo qualche secondo, poco più che un passaggio casuale, ma l’istante
in cui i due sguardi sono fissi uno nell’altro ha una sua dimensione ben
precisa.
Poi tocca a me, tocca a lei, non c’è più altro.
Ma io posso arrendermi?
Finisco un attimo prima di lei, e mi fermo a sistemare inutilmente la
mia borsa nei pressi dell’uscita in modo da attenderla.
Al suo passaggio mi accodo, e i pochi metri del corridoio d’uscita
dietro quel culo perfetto sono le scale per il paradiso.
E adesso un po' di musica che non c'entra un cazzo, ma che io continuo ad ascoltare in loop (cosa che si verifica ad ogni album dei Muse ormai, anche se poi l'album in sé non mi convince mai e dopo poche settimane cade tutto nel dimenticatoio) e prego che qualcuno mi fermi...
Non sono un fan ultra-sfegatato di Nick Cave, nel senso che non ascolto sistematicamente tutti i suoi dischi e non mi sono mai messo a seguire assiduamente la sua vita artistica. Ho cominciato ad ascoltarlo una decina di anni fa, facendomi trascinare dalla passione di una ragazza di cui ero un po' innamorato. Lei lo amava più per il suo lato post-punk/garage, quello di Jangling Jack e Deanna diciamo, io invece ho cominciato ad appassionarmi al suo lato più cupo, dalle Murder Ballads a brani come As I sat sadly by her side. Ho cominciato a farlo mio come artista, appassionandomi sempre più ai suoi testi e poi ai suoi romanzi. Il mondo che lui dipinge, sia con i racconti che con le atmosfere delle canzoni, lo sento "mio" come mi accade di rado con altri artisti. Mi sembra di capirlo a priori, istintivamente. E con il film di ieri questa sensazione è stata confermata. Fin dalle prime scene e dai primi dialoghi, mi sono sentito catapultato in un mondo scintillante e decadente, permeato di una forza e un'intensità di emozioni uniche. Ogni gesto di Nick Cave, dal sistemarsi il colletto di una delle improponibili camicie, all'accarezzare i tasti del pianoforte in cerca della giusta nota per dar corpo alle sue parole, aveva la forza evocativa e l'autorevolezza di un direttore d'orchestra o di un pittore nell'atto della creazione di un'opera d'arte uscita direttamente dal nocciolo più profondo della sua anima. E io mi sentivo toccato e avvolto da ogni sussurro della sua voce contro il microfono, e da ogni nota scintillante che arrivava dal suo piano. Esagerato? Forse, forse ero già predisposto a farmi emozionare al minimo stimolo. Il film racconta il giorno 20000 della vita dell'artista, dall'alba al tramonto. Non è un'autocelebrazione, ma un fermarsi e fare il punto della situazione della sua vita, tanto che chi non lo conosce più che bene potrebbe perdersi molti pezzi della narrazione. Si passa dal dialogo con il suo psicologo, in cui vengono fuori alcuni aspetti dell'infanzia, alla visita all'amico Warren Ellis (Il pezzo che forse ho trovato più "forzato", nonostante l'atmosfera della casa di Ellis, affacciata sulle bianche scogliere di Dover,sia fantastica), passando per alcuni incontri immaginari di amici e collaboratori, come Kylie Minogue e Mick Harvey. Il tutto intermezzato con le sessioni di registrazione dell'ultimo album Push the Sky Away. Ma tutto è solo un contorno alla figura del protagonista, in ogni attimo forte e intenso, quasi il dio che dichiara debba essere la rock star. Sicuramente un mago, uno stregone di altre ere, che dà l'impressione di poter maneggiare la musica come fosse un'energia che scorre nell'ambiente intorno a lui, e che basta afferrare e governare con la forza della sua voce e degli strumenti dei suoi compagni. Chissà se anche gli altri dieci spettatori della sala sono rimasti colpiti come me? In ogni caso per quasi tutto il tempo ho avuto le lacrime agli occhi, e quando sono uscito mi sentivo leggero e stranamente consapevole. Tutto mi sembrava più nitido e scintillante, come una fotografia a cui applichi una bella maschera di contrasto: la triste multisala tappezzata di cartelloni colorati, le persone in fila per l'ennesimo cinepanettone o il solito film tamarro, lo sfondo dell'inceneritore avvolto dai suoi fumi che la bassa pressione non permetteva di disperdere. Era tutto bellissimo perché dotato di una propria e originale magia. E' sempre così, sta solo a noi coglierla.
E poi ti capita di fare una chiamata, e dall'altro capo ti risponde una voce dalla cadenza incredibilmente sensuale, in un tono caldo e basso che a fatica si sente nelle orecchie ma che, all'istante, si diffonde nel tuo corpo con un brivido caldo e denso, in grado di annullare ogni tipo di capacità cognitiva...
I nostri corpi sono accaldati e sudati, i nostri respiri affannosi
viaggiano allo stesso ritmo, al ritmo del cuore, al ritmo della batteria e del
basso...
eppure i nostri corpi non si sono ancora sfiorati.
Ti guardo mentre protendi il collo verso il palco, per assorbire ogni immagine condita di musica che le luci
impazzite ci rimandano.
Mi lasci il tempo di contemplare anche il più piccolo dettaglio del tuo
viso, prima di voltarti e ricambiare lo sguardo.
Ci sorridiamo, ma tu devi aver letto esattamente ogni mio piccolo
pensiero, perché all’improvviso ti sei fatta seria e ti sei avvicinata
sfiorandomi con il tuo corpo.
Senza pensarci un attimo ti ho presa per mano, arretrando tra la folla
verso la zona più buia dell’ampio locale, dove tendoni neri nascondono le
uscite di sicurezza.
Ti lasci condurre, ti lasci prendere ed abbracciare non
appena l’oscurità si richiude su di noi.
Perché la notte non può essere buia come vorrei?
Perché questa folla umana che pulsa e ondeggia a un passo da noi, non
può essere vuoto e silenzio?
Invece ad ogni movimento eccessivo la tenda ondeggia, e sottili fasci
di luce illuminano ad intermittenza i nostri corpi stretti uno all’altro.
Affondo il viso nei tuoi capelli scompigliati e umidi, ne assaporo il profumo
e l’odore di te, l’odore della tua vitalità e della tua voglia di leggerezza.
La pelle dietro l’orecchio è chiara e calda, vi appoggio le labbra
inspirando profondamente, seguendo lembo a lembo quella morbidezza fino ad
incontrare l’umido delle tue labbra, che si dischiudono facendo incontrare le
nostre lingue.
Siamo fame e voglia allo stato solido, mani che cercano, lingue che assaggiano...
Sento finalmente il tuo corpo, stringo i tuoi capezzoli da sopra il
vestito fino a strapparti un gemito che soffochi nella mia bocca.
Ho fretta, voglio tutto, ho paura di perdermi qualcosa di te..
Ti faccio voltare con decisione, cercando con frenesia il bordo delle
tue mutandine sotto la gonna del vestito leggero che indossi. Con una mano ti
sostieni al muro, con l’altra cerchi il mio cazzo massaggiandolo sopra i jeans.
Ti vengo in soccorso, sbottonando la patta e liberandolo per te.
Lo afferri decisa, voltando appena il capo per guardarmi negli occhi
con aria di trionfo, forse soddisfatta nel sentire l’effetto che mi fai.
Il tuo sorriso si spegne di colpo, e un’espressione di sorpresa mista a
piacere accompagna il mio lento farmi strada dentro di te.
Sei bagnata ed incredibilmente calda. Mi godo il contatto del tuo culo
sulle mie anche, e la stretta della tua figa sul mio cazzo.
Ti scopro e afferro il seno stringendoti a me, premendoti poi contro il
muro mentre assaporo tutte le sensazioni che il tuo corpo sa darmi.
Vorrei stare così per ore, sincronizzare il mio respiro con il tuo,
seguire il tuo corpo nei suoi spasmi e nei suoi fremiti, per farlo mio in ogni
sua minima parte.
Ma quello che ci è concesso sono
minuti, non ore, e la musica è la sola nostra alleata, nel poco tempo che l’è rimasto.
E allora mi lascio guidare dal
piacere e dal ritmo che ci circonda, scopandoti sempre più forte , quasi
che le chitarre sul palco stiano guardando noi per trovare i loro tempi
forsennati.
Urli il tuo orgasmo nel rombo di applausi che ci sovrasta. Io vorrei venire con
te, dentro di te, ma mi impongo di aspettare, lasciandoti libera di voltarti e
inginocchiarti per prenderlo in bocca ancora caldo e bagnato di te.
Nell’ombra dell’angolo buio, il luccichio dei tuoi occhi mi riporta per
una attimo alla realtà: alla consapevolezza dell’irrealtà di tutto questo. Ma è
solo un attimo, prima che tutto si offuschi e io mi perda completamente nelle
scosse di piacere che la tua bocca sa darmi.
Attraverso le nebbie di un avvio di giornata difficoltoso, ripenso a
questa frase buttatami lì tempo fa.
Innanzitutto è fuori luogo: io non incasello e non mi pongo limiti di
età a priori, se una donna è bella lo è a 50 anni come lo è a 20.
Però riconosco che le donne mature (intorno ai 45 diciamo) mi
affascinano molto.
Lo penso mentre mi godo timido sole rossastro, ancora intrappolato tra
le nuvole sopra le colline lontane, con davanti un cappuccino fumante che spero
mi dia la forza di andare al lavoro.
Quando lei entra nel dehor sembra quasi di sentire il mondo intorno a
noi trattenere il respiro per un istante.
Avrà appunto quarantacinque anni, o giù di lì.
E’ alta, flessuosa, ricoperta da stoffe leggere e fresche, che si
muovono con fare ipnotico ad ogni suo gesto.
La prima cosa che mi colpisce sono i suoi capelli, ciocche ribelli di
diverse tonalità di biondo, dal castano chiaro all’oro, che lasciano scoperto
un collo lungo armonioso, per poi scendere più lunghi sul davanti ad
incorniciare il viso.
Ringrazio i raggi del sole bassi e obliqui, che mi obbligano a
nascondere lo sguardo dietro gli occhiali da sole, e illuminano la sua figura
in modo perfetto.
Mentre accavalla le gambe sotto il tavolino, mi godo la vista della
pelle liscia e uniforma del polpaccio, e soprattutto la caviglia fine e il
collo del piede magro e nervoso.
Ma mi piace soprattutto il suo portamento, i suoi gesti noncuranti ma armoniosi
e affascinanti.
Come si aggiusta la maglia leggera e trasparente tirandola sul petto... come scosta le ciocche ribelli dal viso mentre porta alle labbra la tazza del
caffè...
Chissà come fa l’amore.
Chissà quali piaceri sa donare
quel corpo, quelle mani...
Avrò lo sguardo da ebete depravato???
Meglio alzarsi e andare in ufficio, che qui la giornata si fa lunga.
Sono emozionato. Questo singolo lo trovo fantastico... evocativo, intenso, maturo. Il primo album "An Awesom Wave", lasciava già intravedere grandi potenziali. Una buona miscela british di Folk, Trip Hop con sapienti dosi di elettronica. Un po' troppo Hip Hop ogni tanto, io preferisco toni più cupi e intimi. Vederemo il resto...